L’acqua viva dello Spirito Santo


 l'acqua che io g(05-16-17-30-21)Nuova specie di acqua che vive e zampilla, ma zampilla solo per chi ne è degno. Per quale motivo la grazia dello Spirito è chiamata acqua? Certamente perché tutto ha bisogno dell’acqua. ‘acqua è generatrice delle erbe e degli animali. L’acqua della pioggia discende dal cielo. Scende sempre allo stesso modo e forma, ma produce effetti multiformi. Altro è l’effetto prodotto nella palma, altro nella vite e così in tutte le cose, pur essendo sempre di un’unica natura e non potendo essere diversa da se stessa. La pioggia infatti non discende diversa, non cambia se stessa, ma si adatta alle esigenze degli esseri che la ricevono e diventa per ognuno di essi quel dono provvidenziale di cui abbisognano.

Allo stesso modo anche lo Spirito Santo, pur essendo unico e di una sola forma e indivisibile, distribuisce ad ognuno la grazia come vuole. E come un albero inaridito, ricevendo l’acqua, torna a germogliare, così l’anima peccatrice, resa degna del dono dello Spirito Santo attraverso la penitenza, porta grappoli di giustizia. Lo Spirito appartiene ad un’unica sostanza, però, per disposizione divina e per i meriti di Cristo, opera effetti molteplici.

Infatti si serve della lingua di uno per la sapienza. Illumina la mente di un altro con la profezia. A uno conferisce il potere di scacciare i demoni, a un altro largisce il dono di interpretare le divine Scritture. Rafforza la temperanza di questo, mentre a quello insegna la misericordia. Ispira a un fedele la pratica del digiuno, ad altri forme ascetiche differenti. C’è chi da lui apprende la saggezza nelle cose temporali e chi perfino riceve da lui la forza di accettare il martirio. Nell’uno lo Spirito produce un effetto, nell’altro ne produce uno diverso, pur rimanendo sempre uguale a se stesso. Si verifica così quanto sta scritto: «A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune» (1 Cor 12, 7).

Mite e lieve il suo avvento, fragrante e soave la sua presenza, leggerissimo il suo giogo. Il suo arrivo è preceduto dai raggi splendenti della luce e della scienza. Giunge come fratello e protettore. Viene infatti a salvare, a sanare, a insegnare, a esortare, a rafforzare e a consolare. Anzitutto illumina la mente di colui che lo riceve e poi, per mezzo di questi, anche degli altri.

E come colui che prima si trovava nelle tenebre, all’apparire improvviso del sole riceve la luce nell’occhio del corpo e ciò che prima non vedeva, vede ora chiaramente, così anche colui che è stato ritenuto degno del dono dello Spirito Santo, viene illuminato nell’anima e, elevato al di sopra dell’uomo, vede cose che prima non conosceva.

 

Dalle «Catechesi» di san Cirillo di Gerusalemme, vescovo

Veglia Pasquale


Nel tempo liturgico della settimana santa ci sono alcuni “gesti” che ci aiutano a vivere questo momento di fede con piu’ consapevolezza, tra questi due in modo particolare fanno parte della celebrazione della veglia pasquale: la benedizione del fuoco e del cero pasquale e dell’acqua benedetta.

Il braciere,che arde fuori della chiesa e da cui si accende il cero pasquale, attrae l’attenzione dei fedeli che attendono al buio di poter accendere la loro candela. Il trionfo della luce sulle tenebre, del calore sul freddo, della vita sulla morte, è espresso dal fuoco nuovo, intorno al quale si riunisce la comunità mentre il sacerdote compie i riti di accensione del cero. La preghiera che accompagna la benedizione del fuoco è davvero espressiva: “O Padre, che per mezzo del tuo Figlio ci hai comunicato la fiamma viva della tua gloria, benedici questo fuoco nuovo, fa che le feste pasquali accendano in noi il desiderio del cielo, e ci guidino, rinnovati nello spirito, alla festa dello splendore eterno”.
I fedeli, riuniti nell’oscurità all’esterno della chiesa, assistono all’accensione del cero pasquale,che rappresenta Cristo risorto, vincitore delle tenebre e della morte. Questo cero, di grandezza maggiore rispetto agli altri per poter essere ben visibile da tutti, è fin dai primi secoli uno dei segni più espressivi della veglia pasquale e della risurrezione. Prima di essere acceso viene preparato con una iscrizione a forma di croce, contornata dalla data dell’anno in corso e dalle lettere Alfa e Omega (prima e ultima lettera dell’alfabeto greco): questi segni, incisi nel cero dal celebrante con uno stiletto, vengono chiarificati dalle parole che li accompagnano: «Il Cristo ieri e oggi incide l’asta verticale;
Principio e Fine, –incide l’asta verticale;
Alfa incide sopra l’asta verticale la lettera A;
e Omega. incide sotto l’asta verticale la lettera Omega
nell’angolo sinistro superiore della croce incide la prima cifra dell’anno corrente

nell’angolo destro superiore della croce incide la seconda cifra dell’anno corrente;

nell’angolo sinistro inferiore della croce incide la terza cifra dell’anno corrente;

nell’angolo destro inferiore della croce incide la quarta cifra dell’anno corrente.

Successivamente vengono incastonati nel cero pasquale anche cinque grani d’incenso, per ricordare le cinque piaghe di Cristo in croce, dicendo «Per mezzo delle sue sante piaghe, gloriose, ci protegga, e ci custodisca, il Cristo Signore. Amen». Terminata la preparazione, il cero viene acceso dal celebrante con uno stoppino dal fuoco nuovo, benedetto, dicendo «La luce del Cristo che risorge glorioso disperda le tenebre del cuore e dello spirito ». E la veglia prosegue con la processione dell’assemblea, all’interno della chiesa buia, che guidata dal cero pasquale acceso canta per tre volte «La luce di Cristo. Rendiamo grazie a Dio».

Il secondo segno principale del tempo pasquale è l’acqua benedetta. Elemento naturale che evoca in se stesso la vita e la purificazione, in ambito cristiano l’acqua viene a significare Cristo stesso, l’unico capace di estinguere la sete profonda del nostro cuore (cfr Gv 4,14 e Gv 7,37-39). Nell’acqua su cui è stata invocata la benedizione di Dio siamo stati immersi noi cristiani al momento del battesimo.
Ecco perché nella veglia pasquale, subito dopo la liturgia della luce e la liturgia della parola, celebriamo la liturgia battesimale: il mistero salvifico pasquale del risorto si estende a tutti i credenti mediante i sacramenti (soprattutto quello del battesimo) e ci permette di partecipare in prima persona alla sua resurrezione in quanto morti e sepolti con lui (cfr Rom 6,3-5). È la Pasqua della Chiesa che, immersa nel suo Signore (la parola «battesimo» vuol dire in greco proprio «immersione»), si vede dischiudere le porte della vita eterna. Ecco perché nella notte di Pasqua è sempre stata celebrata, fin dai primi secoli, l’iniziazione cristiana: è il momento migliore e più adatto per generare, in grembo alla Chiesa, i nuovi membri della famiglia di Dio.
Entrando nelle nostre chiese, notiamo come già la presenza dell’addobbo floreale , ci parla di festa. La dimensione festiva è molto importante nel tempo di Pasqua. Dopo il periodo della quaresima, in cui tutto ci richiamava a vivere l’essenzialità – anche l’interno stesso della chiesa, austero, privo di fiori e di ornamenti – ora l’aula della celebrazione viene ornata e abbellita con addobbi floreali che, con i loro colori e i loro profumi, ben sottolineano il tono gioioso di questo periodo: l’esultanza per la risurrezione di Cristo trova espressione anche in questo segno di abbellimento, di cura e di ornamento del luogo dove celebriamo l’eucaristia.
Partecipando ad una celebrazione liturgica, la Messa domenicale per esempio, vediamo come anche il colore dei paramenti del sacerdote è cambiato: mentre in quaresima predominava il viola, che per la sua tonalità ci richiamava ad una dimensione di austerità e di sobrietà, ora il celebrante è vestito con paramenti bianchi o dorati, colori che richiamano alla realtà gloriosa della risurrezione e che evocano la luce, la gioia e la festa.
Sempre durante lo svolgimento di una celebrazione liturgica, possiamo notare come l’organo e gli altri strumenti musicali, abbiano più ampia modalità di accompagnare la nostra preghiera, non solo unicamente per sostenere il canto dell’assemblea – come richiesto per tutto il tempo di quaresima -, ma anche per far risuonare nei nostri cuori, con brani musicali diversi, la gioia della risurrezione. Il canto stesso dell’Alleluia, omesso severamente per tutto il periodo quaresimale, viene suggerito e proposto più volte in tutto il tempo di Pasqua .Risultati immagini per benedizione del fuoco pasquale
info trovato in rete e rielaborato

“Noi eravamo quello che voi siete, e quello che noi siamo voi sarete.”


LA LITURGIA NELLA COMMEMORAZIONE DEI FEDELI DEFUNTI CANTA LA VITTORIA DI CRISTO E DEL CRISTIANO SULLA MORTE. IN EFFETTI, NELLA SECONDA LETTURA, SAN PAOLO DICE AI ROMANI CHE CRISTO MORÌ PER NOI, E IN TAL MODO, GIUSTIFICATI ADESSO PER IL SUO SANGUE, SAREMO SALVATI DALL’IRA PER MEZZO DI LUI, CIOÈ VINCEREMO CON CRISTO IL PECCATO E LA MORTE. A QUESTA VITTORIA ALLUDE ISAIA (PRIMA LETTURA), QUANDO INSEGNA CHE LO STESSO DIO: “VINCERÀ LA MORTE DEFINITIVAMENTE, E ASCIUGHERÀ LE LACRIME E IL PIANTO”. IL CRISTIANO RICEVE DAL SUO SIGNORE E MAESTRO L’ALIMENTO CHE GIÀ IN QUESTA TERRA È ALIMENTO DI VITA ETERNA: L’EUCARESTIA PANE DI VITA, ANTICIPAZIONE DELLA VITA CON DIO DOPO LA MORTE (VANGELO). 

La morte è stata vinta. La realtà più drammatica dell’esistenza umana è dover morire, avendo nell’anima sete di immortalità. Questa morte non è soltanto drammatica, è anche in non poche occasioni assurda, quando viene falciata una vita giovane e promettente, quando a pagare il salario alla morte è una vita innocente, quando la morte giunge inaspettata, quando tronca un futuro magnifico, quando crea un acuto problema nella famiglia, quando… La drammaticità e l’assurdità aumentano quando si manca di fede o quest’ultima è smorta, quasi completamente spenta. In questo caso, tutto crolla, perché si vive come chi non ha speranza. In tal caso, la morte porta nella sua mano la palma della vittoria, e la vita termina sotto la lastra di pietra di un sepolcro, lasciando i vivi nella disperazione e nell’angoscia senza senso. La fede cristiana, invece, ci dice che la morte è un tunnel nero che termina in un nuovo mondo di luce e di vita risplendenti. Ci dice che la morte è certamente una perdita, da parte di chi se ne va (perde la sua relazione col mondo) e da parte di chi rimane (perde un essere amato), ma una perdita che Dio è capace di trasformare, in un modo a noi sconosciuto, in guadagno, perché la morte dell’uomo, come nel caso della crisalide, sbocca nella vita. In Cristo risorto, vincitore della morte, tutti abbiamo già cominciato, in una certa maniera, a vincere la morte mediante la partecipazione alla sua resurrezione.
Eucarestia e vita. Il cristiano, come qualsiasi altro essere umano, sente giorno per giorno il passaggio dal tempo sul suo corpo, l’avvicinarsi dell’incontro definitivo con la realtà della morte, la chiamata costante della terra. Il cristiano non è esente da tutto ciò che questo significa esistenzialmente per ogni uomo, nella sua unità psicosomatica. Mentre si va avvicinando al tramonto della vita, il cristiano esperimenta, tuttavia, a un livello profondo, la chiamata della vita divina, la voce del Padre che gli dice: Vieni! Questa esperienza si fa’, senza dubbio, nella preghiera personale in cui ciascuno parla da cuore a cuore con il Padre che chiama, con il Figlio che salva, con lo Spirito che vivifica. Questa esperienza si approfondisce nella ricezione del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo nell’Eucarestia. Perché il cristiano, quando mangia del pane e beve dal calice, riceve Cristo vivo, nella sua umanità e nella sua divinità, pegno ed anticipazione della gloria de l cielo. E perché, ogni volta che si celebra l’Eucarestia, si realizza l’opera della nostra redenzione e “dividiamo uno stesso pane che è rimedio di immortalità, antidoto per non morire, ma per vivere con Gesù Cristo per sempre” (S. Ignazio di Antiochia, Ep. 20, 2). L’ansia di immortalità e di vita eterna, che si annida in ognuno degli uomini e delle donne del pianeta, viene soddisfatta, lentamente ma in modo continuo ed efficace, dalla straordinaria esperienza di vita nuova che va impossessandosi dell’uomo al contatto frequente con l’Eucarestia. Con l’Eucarestia ben ricevuta va crescendo nell’uomo la vita, la vita nuova di Cristo risorto e glorioso nel cielo.
La virtù della speranza. Sperare è desiderare quello che ancora non si possiede. Esiste la speranza umana con un orizzonte puramente temporale. Lo studente spera di ottenere buoni voti agli esami; il giovane spera si sposarsi e di formare una bella famiglia; il malato spera di ristabilirsi presto, mentre chi è sano spera di non ammalarsi, il marinaio spera di giungere a casa ed abbracciare la sua sposa e i suoi figli; il missionario spera di poter costruire una chiesa per i suoi fedeli che ne sono sprovvisti; il sacerdote spera che si riempia la sua parrocchia in tutte le messe domenicali, eccetera. Queste speranze umane, buone e perfettamente legittime, Dio le completa in noi cristiani, concedendoci la virtù teologale della speranza. Questa speranza cristiana ha la sua meta principale e definitiva nel cielo, dove tutti speriamo di arrivare con l’aiuto di Dio, al termine della nostra vita te rrena. Ma la speranza cristiana ha anche le sue mete parziali, più piccole, e che sono ordinate all’ultima meta. Per esempio, la speranza del bambino di fare la prima comunione e quella della giovane novizia di fare la professione religiosa; lo sforzo e la speranza di un parroco perché i suoi parrocchiani vadano a messa la domenica, o la speranza di una catechista che i suoi alunni assimilino bene la fede e la vita cristiana, ecc. Abbiamo per certo che la speranza, quando è autentica, quando Dio ce la infonde, non inganna mai né delude chi in essa ripone la propria fiducia.
La morte non è il peggio. Chi non ha fede può facilmente pensare che la morte sia il peggiore dei mali, perché con essa si torna al nulla, al mondo del non essere. Il buon cristiano guarda alla morte con altri occhi, perché la morte non è l’annichilamento dell’essere, ma la porta per un nuovo modo di essere e di vivere per sempre. I cimiteri cristiani non sono soltanto luoghi del ricordo, sono soprattutto luoghi di speranza, luoghi dai quali sale verso Dio l’anelito di eternità degli uomini. Per questo, la morte non è il peggiore dei mali, né tanto meno il male assoluto. Il maggiore dei mali dell’uomo è il peccato, è il mal uso della libertà, è la volontà di rifiutare Dio adesso, nel tempo, e poi, per sempre nell’aldilà. I martiri sono quegli uomini che con la loro vita e la loro morte ci stanno dicendo che vale la pena di morire per non peccare, per non offendere Dio e la nostra vocazione cristiana. Per questo, i martiri debbono avere un luogo maggiore nell’edu cazione cristiana dei bambini e dei giovani. Essi, con la loro morte per la fede, ci stanno gridando che la morte non è il peggio, e che non ha l’ultima parola. Cristo, il Vivente, ci aspetta con le braccia aperte dell’altra parte della frontiera.

Perché Maometto, Buddah, Confucio ed altri non sono come Gesù?


Alcune differenze sostanziali tra Gesù e i fondatori delle religioni:
  • La venuta di Gesù, la sua vita e la sua morte, sono state profetizzate molti secoli prima della sua nascita e si sono tutte realizzate alla lettera.Queste cose sono riportate nella Sacra Scrittura, e sono state scritte da uomini ispirati da Dio.Gli altri personaggi non vi sono per niente menzionati;

  • Gesù è il Figlio di Dio venuto direttamente da Dio, nato, come uomo, da una vergine che non ha avuto rapporto con uomo.  Tutti gli altri sono uomini normali, come tutti noi, nati da due genitori;

  • Il Figlio di Dio esisteva prima della sua nascita sulla terra, perché è eterno con il Padre e lo Spirito Santo. Tutti gli altri prima della loro nascita non esistevano;

  • Gesù è nato ed è vissuto pienamente e conformemente nella santità richiesta da Dio. Non cosi si può dire degli altri;

  • Quello che Gesù insegnava lo viveva totalmente in prima persona. Non altrettanto si può dire degli altri;

  • Lo scopo e la vita di Gesù erano pienamente impegnati per aiutare, confortare ed alla fine salvare il prossimo. Gli altri hanno avuti scopi diversi, e principalmente, anche se in forme differenti, hanno ricercato ed ottenuto fama ed onore degli uomini;

  • Con i miracoli che Lui ha fatto ha dimostrato quello che era veramente: il Figlio di Dio. Aveva autorità sui demoni, sugli elementi della natura, toglieva le malattie e sanava gli infermi. Non abbiamo notizie di qualcosa del genere per gli altri;

  • Gesù non è morto di morte naturale, ne di morte causata da giuste condanne, ne per causa di malattie o di guerre, etc.. Per cui il solo scopo della sua morte rimane quello di Dio: per l’espiazione della condanna di Dio per il peccato degli uomini; come la sua nascita, anche la sua morte è stata un miracolo. Non così si può dire per gli altri;

  • Gesù è stato l’unico che è risuscitato; fatto che è stato confermato da testimoni oculari. Dal terzo giorno della sua morte, e sino ad oggi, la sua tomba è rimasta sempre vuota.
  • http://www.incontraregesu.it/index.php?option=com_content&view=article&id=481:perche-gesu-e-diverso-dai-fondatori-delle-religioni&catid=13:dio-gesu-spirito-santo&Itemid=140

Settimana Santa


Credo sia atto di amicizia offrire qualche considerazione sul Triduo pasquale del Giovedì santo, Venerdì e Sabato santo, così da accoglierlo con fede ravvivata e vivere più intensamente il Mistero pasquale, insieme!
GIOVEDI SANTO: IL GIORNO DEL SERVIZIO COME DONO DI SÉ
I TRE GRANDI EVENTI DI QUESTO GIORNO:
1. LA S. MESSA DEL CRISMA
In ogni cattedrale il vescovo invita tutti i sacerdoti a partecipare a questo solenne momento, per
confermare quel’amatevi uni urli altri come Io ho amato voi’ e ‘siate una cosa sola’: è la celebrazione della preziosa comunione dei sacerdoti con il vescovo e la grande festa del sacerdozio.
Infatti nelle cattedrali si ha la gioia di incontrare e conoscere i nostri sacerdoti con il vescovo ‘come una cosa sola’ e, nello stesso momento, si esalta il ministero sacerdotale, con la consacrazione degli oli: quello dei catecumeni, quello dell’Unzione degli infermi e il Sacro Crisma, per l’unzione della Cresima, dei sacerdoti e dei vescovi. Meraviglioso!
2. LA S. MESSA IN CAENA DOMINI (in serata)
è la celebrazione del dono totale di Gesù nel sacrificio della Messa ed insegna a tutti noi che amare è ‘servire’, da qui la cerimonia del celebrante che si fa servo, mettendosi il grembiule e lavando i piedi ai
fedeli: ‘Non sono venuto per essere servito, ma per servire’: è l’esaltazione del grande atto di Amore – che è per sempre – della Istituzione della Messa o Sacrificio Eucaristico.
E, come a ricordare a tutti, che entriamo nel momento del sacrificio di Gesù, al canto del Gloria si suonano le campane per l’ultima volta, poi taceranno fino alla veglia di Resurrezione. Quindi il celebrante porta le Ostie consacrate in un tabernacolo appartato: cala il silenzio.
3. IL SILENZIO E L’AGONIA
Nel silenzio più profondo la Chiesa ricorda la notte di dolore di Gesù nel Getsemani e la sua agonia: anche noi siamo chiamati a vegliare, per farGli compagnia.
“Un amore che chiama amore – scrive Paolo VI – ‘Amatevi come Io amo voi’.
Quel ‘conte’ dà le vertigini. Ci avverte che non avremo mai amato abbastanza. Ci avverte che la nostra professione di amore cristiano è ancora al principio. Ci avverte che il precetto della carità contiene svilupppi potenziali che nessuna filantropia sa uguagliare. La carità è ancora contratta e racchiusa entro confini di costumi, di interessi, di egoismi, che devono dilatarsi.
‘Da questo conosceranno che siete miei discepoli, se vi amerete scambievolmente”.

VENERDI SANTO: IL GIORNO DEL DOLORE-AMORE FINO ALLA FINE.
La Chiesa celebra questo giorno in modo suggestivo, raccontando tutto il dolore possibile, ma con amore. Cerchiamo di ‘entrare’ nell’anima di questi eventi.
1. IL SOLENNE MEMORIALE DELLA MORTE DI GESÙjesus_saves
Nel primo pomeriggio – normalmente alle 15, ora della morte di Gesù – la Chiesa si raduna e legge solennemente il racconto della Passione, Crocifissione e Morte di Gesù.
2. LA PREGHIERA UNIVERSALE
La Chiesa prega per tutta l’umanità. Passa in rassegna tutti gli uomini, di ogni condizione, anche spirituale, fede, razza, considerandone tutte le necessità, offrendole, nel momento della morte-amore di Gesù, al Padre.
3. L’ADORAZIONE DELLA CROCE
Viene solennemente scoperta dal celebrante la Croce e la si deposita ai piedi del presbiterio per il bacio: è il bacio di Chi dalla croce attende il nostro amore.
4. LA DISTRIBUZIONE DELLA S. COMUNIONE
Il celebrante, senza la S. Messa, semplicemente, offre l’Eucarestia, come a voler posare Gesù ‘morto’ nel sepolcro del nostro cuore.
5. LA VIA CRUCIS
Ricordandola, quasi ovunque, spesso in modo suggestivo, fino a diventare una sacra rappresentazione della passione, si fa la Via Crucis.
Una breve riflessione i Paolo VI:
“Qui il dolore ci appare cosciente! La terribile passione era prevista. Lo strazio e il disonore della croce era saputo! E fu voluto nella sua crudele interezza, senza i consueti narcotici, che mitigano la nostra sofferenza: l’importanza del se, del quando e come verrà.
Gesù è colui che conosce l’infermità in tutta la sua estensione, in tutta la sua profondità, in tutta la sua intensità, in tutta la sua terribilità, tanto da spremere sangue dalle vene già nell’agonia del Getsemani. E tanto basta per renderlo fratello di ogni uomo che soffre e che piange: fratello maggiore e fratello nostro. Egli detiene un primato che accentra in lui la simpatia, la solidarietà, la comunione con ogni uomo paziente. Gesù è morto innocente, perché l’ha voluto; ha voluto assumere in Sé tutta l’espiazione dell’umanità”.
Giustamente la Chiesa canta:
‘Ti adoriamo Cristo e ti benediciamo, perché con la tua croce hai redento il mondo.

SABATO SANTO: IL GIORNO DELLA GRANDE ATTESA
Il Sabato Santo è il giorno del grande silenzio. Il giorno dello smarrimento o, forse meglio, la Vigilia della nuova nostra creazione, dopo il peccato originale, che la Chiesa vive, tacendo ed aspettando. A noi non rimane che contemplare il silenzio di Maria, Madre di Gesù e nostra: un silenzio che non era certamente come la fine di un sogno, ma l’inizio di una realtà sicura e meravigliosa.
La Chiesa vive questa attesa, che si fa grande evento nella suggestiva Veglia Pasquale.
Con voi voglio riviverla:
1. la Veglia inizia a luci spente, come a dirci il buio in cui è immersa l’umanità senza l’Amore di Dio accolto e contraccambiato.
2. Il buio comincia ad essere vinto con la benedizione del fuoco, in fondo alla chiesa, e quindi l’accensione del cero pasquale, come ‘LUCE DI CRISTO’ che si fa strada tra di noi. Il Cero passa tra la folla, accende le candele e, lentamente, tutto è uno sfavillio di luci, come l’alba di un nuovo giorno.
3. Esplode la gioia con il canto di S. Agostino, l’Exultet, detto ANNUNZIO PASQUALE, che pare contenere la stessa gioia di Dio quando ci creò. È un canto meraviglioso.
4. Seguono le letture del Vecchio Testamento (7) che sono un ripercorrere la nostra storia con Dio, fino
al CANTO DELL’ALLELUJA E IL GLORIA, CHE ANNUNZIANO A TUTTI I.A. RESURREZIONE, sciogliendo dal
silenzio le campane, in segno di gioia piena e completa:
È PASQUA. ‘IL GIORNO DEL SIGNORE’.

(mons. Antonio Riboldi)- dal web